Written by Eleonora Panto on maggio 23rd, 2009
Ho seguito un po’ a singhiozzo la diretta video del convegno “Crescere tra le righe” di venerdi scorso, organizzato dall’Osservatorio Permanente Giovani Editori (curioso il refuso del Corriere che ha sostituito Parlamentare a Permanente, che ha l’obiettivo di avvicinare i giovani alla lettura dei quotidiani.
Al di là degli interventi prestigiosi susseguitisi - da Paolo Mieli a John Elkann, da Ferruccio De Bortoli a Fedele Confalonieri, da Leonard Downie (vicepresidente del Washington Post) a Tom Curley (Presidente di Associated Press) - qui può tornare utile segnalare due possibili “assi” di lettura dell’evento: uno Italia vs. USA, l’altro giovani vs. vecchi.
Gli italiani hanno difeso a oltranza il giornale cartaceo e si sono accaniti contro la “free press”, intesa come stampa gratuita, esprimendo anche un malcelato fastidio verso l’informazione online “non certificata”. Sul lato USA, Downie ha esordito dicendo che “free press” in America significa “stampa indipendente” e ha tenuto un atteggiamento molto diverso verso il web, considerato, pur nella sua modaltà di innovazione “dirompente”, qualcosa con cui necessariamente fare i conti.
Il secondo asse è il rapporto giovani-vecchi. I primi (interessante, fra gli altri, il commento di emmebi), hanno cercato di sostenere e difendere l’importanza dell’informazione fornita dalla rete (addirittura sostenendo che chi scrive sui giornali fa gli interessi dell’editore e, quindi di fatto “offendendo” i giornalisti professionisti) e forse con qualche ingenuità hanno ribadito la gratuità dell’informazione - alla domanda di Gramellini: “Paghereste per una notizia come pagate un sms”, la replica è stata negativa. Hanno poi chiesto alla televisione di trasmettere un’immagine più positiva dei giovani e un maggior rispetto delle donne, e si sono sentiti rispondere che la televisione (leggasi: Mediaset) è evasione (paragonando la funzione catartica della tragedia greca a quella del Grande Fratello) e che non tocca a questa televisione il compito di “educare” - che invece spetta, o spetterebbe, alla TV di Stato. Mentre i ragazzi, seri e agguerriti, sono stati invece tacciati di dietrologia ed eccessiva sicumeria (perche’ non esprimevano dubbi sulla presunta indipendenza di scrive sui blog), la sensazione complessiva è che ci sia ancora molta distanza fra il mondo dell’informazione certificata da un editore e da quella che non lo è: basti pensare a Sergio Romano che nella sua lectio magistralis al Festival del giornalismo di Perugia, liquidava gli autori di blog come “rissosi qualunquisti”, quando spesso i blog più seguiti in Italia sono curati proprio da giornalisti.
È sempre più evidente insomma come il concetto e la pratica del giornalismo impongano di essere continuamente ridefiniti.
Written by Bernardo Parrella on maggio 15th, 2009
Esiste forse una strategia operativa che possa portare al successo il giornalismo partecipativo? Be’, forse meglio dire che esistono strategie diverse per pratiche diverse. E che successo in quest’ambito significa più che altro attivare la partecipazione dei cittadini, acquisire visibilità e credibilità, riempire certi vuoti a perdere del giornalismo odierno. In tal senso una di queste strategie recentemente lanciate in USA è Spot.Us: progetto open source e pioniere nel “community funded reporting.”
Come funziona? Tramite Spot.Us il pubblico commissiona, tramite piccoli contributi individuali, a dei giornalisti indipendenti, con collaborazioni aperte a tutti, delle inchieste locali importanti ma ignorate dalle grandi testate. Se poi una di queste decide di acquistarle e pubblicarle in esclusiva, le donazioni saranno rimborsate. Altrimenti l’inchiesta compare sul sito sotto licenza Creative Commons. In pratica un marketplace dove repoter indipendenti, comunità locali e entità mediatiche s’incontrano per collaborare.
Grazie all’impegno di David Cohn e al supporto iniziale di vari enti, tra cui la Knight Foundation, il progetto riguarda per ora la sola Bay Area di San Francisco, e tra le inchieste per cui si sta raccogliendo denaro troviamo quelle di super-attualità sull’ambiente (Rights to a Clean Environment for All, A Toxic View of the Bay), sulla salute (How are Bay Area hospitals using music therapy to treat neurological diseases?), sulla violenza della polizia a Oakland (Breaking the Wall of Silence). Ma anche su Costs and benefits of using Twitter for public service, che ha raccolto il budget necessario - la bella cifra di 375 dollari donati da 20 diverse persone - e su cui stanno ora lavorando tre diversi reporter con svariati contributi dei cittadini online.
Operazione vincente? Chissà, vedremo. Ma è sicuramente una delle possibili strategie operative capaci di risollevare le sorti (e i forzieri) del giornalismo in crisi. Una proposta pragmatica, semplice, partecipativa. Peccato che per l’Italia ciò sia fantascienza pura - o no?
Written by Eleonora Panto on maggio 6th, 2009
Quest’anno il prestigioso Premio Ischia, giunto al suo trentennale, istituisce un premio anche per i blog, che saranno incoronati a seguito a una votazione pubblica a partire “da una selezione dei dieci (n.10) blog – personali o collettivi - italiani che si sono distinti durante l’arco dell’anno precedente per le migliori news in esclusiva, a seconda di criteri di tempismo (in anticipo rispetto agli altri media), precisione (con approfondimenti e dettagli rispetto all’informazione stessa) e attendibilità (essere ripresi da altri blog, siti internet e dai media tradizionali costituisce titolo preferenziale per la selezione)”.
I criteri con cui la giuria ha selezionato le notizie sono in tre parole: tempismo, precisione e attendibilità, mentre la selezione del blog è dettata da non affiliazione a partiti e aziende a all’ audience misurata in numero di rilanci. Ci sono poche soprese nell’elenco dei 10 candidati, che al 50% sono validi giornalisti professionisti (e anche famosi e pluripremiati).
Bene che il Giornalismo nostrano, riconosca che attraverso il blog si possa fare buona informazione. Bene anche che non si faccia in questo premio, riferimento al concetto di “giornalismo partecipativo”, che citizenmedia.it intende piuttosto come progetti strutturati, aperti ai contributi degli utenti, mirati a qualità e rigorosità informativa - pratiche non cristallizzate ma collaborative e indipendenti. E che meritano spazio e visibilità, come vedremo di fare a Roma il 23 giugno.